Hashrate di Bitcoin quasi fermo mentre il prezzo sale del 25 per cento

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hashrate di Bitcoin
CG CryptoGrassini — Analisi del metodo

Un’analisi originale del metodo matematico CryptoGrassini sul rapporto fra hashrate di Bitcoin e prezzo. Le informazioni di seguito hanno finalità esclusivamente informativa e didattica.

Negli ultimi tre mesi il prezzo di Bitcoin è salito del 25,6 per cento: dalla media settimanale di 62.998 dollari di inizio giugno a quella di 79.106 dollari di questi giorni. Nello stesso identico intervallo l’hashrate di Bitcoin è passato da una media a sette giorni di 928,1 exahash al secondo a 944,9. Un aumento dell’1,8 per cento. Venticinque punti di prezzo contro meno di due punti di lavoro.

È una divergenza che merita attenzione, perché nella storia della rete la sequenza è quasi sempre stata l’opposta: il prezzo sale, i margini dei minatori si allargano, la capacità di calcolo insegue con qualche mese di ritardo e la difficoltà si riallinea. Questa volta il primo passaggio è avvenuto e il secondo no.

I numeri della rete, oggi

Partiamo dai dati grezzi, quelli che chiunque può ricalcolare. La capacità di calcolo corrente si colloca intorno a 938,9 exahash al secondo. La difficoltà è a 127,45 mila miliardi e il prossimo riallineamento, con circa un terzo del periodo trascorso, è stimato in rialzo del 2,88 per cento; quello precedente si era chiuso a più 1,31 per cento. Sulle ultime 1.008 conferme di blocco, le commissioni pagate dagli utenti valgono lo 0,61 per cento delle entrate complessive dei minatori: tutto il resto è emissione.

Da qui si ricava la grandezza che conta davvero per chi produce blocchi: il ricavo per unità di lavoro. Con 144 blocchi al giorno, 3,125 unità di emissione ciascuno e la quota di commissioni appena vista, la rete distribuisce circa 452,8 unità al giorno, ossia circa 35,4 milioni di dollari ai prezzi correnti. Diviso per la capacità installata, significa circa 37,7 dollari al giorno per petahash al secondo.

Il punto è che tre mesi fa la stessa grandezza, con la stessa formula e la capacità di allora, valeva circa 30,7 dollari. Il ricavo unitario dei minatori è cresciuto del 22,5 per cento e la risposta in capacità è stata quasi nulla. Non è una sfumatura contabile: è il segnale che qualcosa ha smesso di funzionare come funzionava.

Perché l’hashrate di Bitcoin non risponde più come prima

Le spiegazioni possibili sono tre e non si escludono a vicenda. La prima è il vincolo fisico: aggiungere capacità richiede energia contrattualizzata e connessione alla rete elettrica, e i tempi di allacciamento nei mercati principali si misurano ormai in trimestri, non in settimane. La seconda è il vincolo finanziario: dopo l’ultimo dimezzamento dell’emissione, la capacità di indebitarsi degli operatori quotati si è ridotta e la crescita non è più finanziata a costo quasi nullo. La terza è la concorrenza per lo stesso input: i contratti di fornitura elettrica che alimenterebbero nuove macchine vengono contesi da chi costruisce centri di calcolo per altri usi, e paga di più.

Qualunque sia il peso relativo dei tre fattori, la conseguenza misurabile è la stessa: fra il segnale economico e la risposta della rete si è inserito un ritardo molto più lungo di quello osservato nei cicli precedenti. E un ritardo che si allunga cambia la lettura di qualunque indicatore costruito sul rapporto fra lavoro e prezzo.

La domanda che ne discende è la sola che interessi davvero: questa divergenza è un ritardo che si chiuderà, oppure è il nuovo regime della rete? La differenza fra le due ipotesi non è filosofica, perché produce due traiettorie diverse e già distinguibili nella serie dei riallineamenti della difficoltà.

Il test: dodici mesi di riallineamenti

Lo strumento adatto a questa domanda non è il grafico della capacità di calcolo, che oscilla ogni giorno per la fortuna sui blocchi: è la serie dei riallineamenti della difficoltà, che misura la risposta effettiva della rete depurata dal rumore. Negli ultimi dodici mesi si sono chiusi ventisei riallineamenti. Componendoli, la difficoltà è oggi più bassa del 6,3 per cento rispetto a un anno fa. Nello stesso periodo il prezzo è sceso del 31,6 per cento, dalla media settimanale di 115.579 dollari a quella di 79.101.

Ecco il quadro completo, ed è più interessante della sola divergenza degli ultimi tre mesi. Su dodici mesi, a fronte di un calo del prezzo di quasi trentadue punti, la rete ha ritirato poco più di sei punti di lavoro. Sugli ultimi tre mesi, a fronte di una risalita di venticinque punti, ne ha aggiunti due (più 2,01 per cento cumulato negli ultimi sei riallineamenti). In entrambe le direzioni la risposta è la stessa: quasi nulla.

Il rapporto fra variazione del lavoro e variazione del prezzo — l’elasticità della rete — vale 0,20 sull’anno e 0,07 sul trimestre. Nei cicli in cui il metodo è stato costruito quel rapporto si collocava sistematicamente attorno all’unità, con un ritardo di uno o due riallineamenti. Non è cambiata la pendenza: è cambiato l’ordine di grandezza.

Un solo dato del periodo si discosta e vale la pena isolarlo, perché è l’eccezione che conferma la lettura: nel febbraio 2026 un riallineamento si è chiuso a meno 11,2 per cento e quello successivo a più 14,7 per cento. Un’oscillazione di quel tipo, in due settimane, non è una decisione economica: è un evento di rete, cioè capacità spenta e riaccesa. La risposta economica, quella che dovrebbe seguire il ricavo unitario, semplicemente non compare nella serie.

Il criterio operativo è quindi verificabile senza margini interpretativi, e va scritto prima di guardare i dati. Se la somma dei prossimi tre riallineamenti supera il 4 per cento, l’elasticità sta tornando verso i valori storici e il ritardo si sta chiudendo. Se resta sotto il 2 per cento, la rigidità è il nuovo regime e vanno ricalibrati tutti gli indicatori che usano la capacità di calcolo come variabile di conferma. Il primo dei tre si chiude fra circa nove giorni, con una stima corrente di più 2,88 per cento.

Che cosa cambia per la lettura del ciclo

C’è una conseguenza che riguarda direttamente il modo in cui si legge la posizione del prezzo. Se la capacità di calcolo smette di seguire il prezzo, ogni indicatore che la usa come conferma perde potere segnaletico proprio nella fase in cui servirebbe di più: quella in cui il prezzo si muove molto e si cerca una controprova indipendente. Chi continua ad attendere «la conferma dell’hashrate di Bitcoin» sta aspettando un segnale che, in questo regime, arriverebbe con mesi di ritardo o non arriverebbe affatto.

C’è poi una seconda conseguenza, di orizzonte più lungo, che riguarda le commissioni. Uno 0,61 per cento delle entrate significa che la sicurezza della rete è oggi finanziata quasi interamente dall’emissione, che è programmata per dimezzarsi ancora. Perché il bilancio della sicurezza regga senza una crescita perpetua del prezzo, quella quota dovrà salire di uno o due ordini di grandezza nell’arco di due o tre dimezzamenti. Non è un problema di oggi. È il vincolo strutturale che rende la serie delle commissioni, oggi trascurata, uno degli indicatori di lungo periodo più informativi di cui disponiamo.

Il quadro va tenuto insieme all’osservazione fatta di recente sul tetto psicologico degli 80.000 dollari: i livelli tondi non spostano le misure, ma le variabili strutturali sì. E, sul fronte delle proprietà della rete che cambiano lentamente, resta utile la lettura sviluppata nel manoscritto sulla crittografia post-quantistica.

Assunzione di responsabilità
Le proiezioni presentate si basano su modelli matematici rigorosi e non costituiscono né un incitamento all’investimento né una garanzia di rendimento.

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